Ambiente  - Articoli  2017     
   
 
Entro il 2100 a Venezia il mare salirà di 1 metro
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Venezia vista dagli astronauti della stazione spaziale (credit nasa.gov)

21.06.17 - La sfida globale e senza perdere tempo è ridurre le emissioni inquinanti per limitare l’aumento della temperatura globale e, conseguentemente, l’aumento del livello del mare. Dalla fine dell’Ottocento, il pianeta ha subito un riscaldamento medio di 0,85°C.

I cambiamenti climatici causano lo scioglimento dei ghiacci polari, l’espansione termica degli Oceani e il continuo aumento del livello marino. Quest’ultimo, con i movimenti delle placche tettoniche, i terremoti e l’attività vulcanica, è da annoverare tra le maggiori cause dell’arretramento delle zone costiere a livello mondiale. In Italia diverse sono le aree colpite: dai Campi Flegrei, all’alto Adriatico, alle piane costiere del Tirreno, fino alla Sardegna, Sicilia, Calabria e isole Eolie.

A fare il punto sullasituazione è lo studio Coastal structure, sea-level changes and vertical motion of the land in the Mediterranean, realizzato dall’Istituto Nazionale di Geofisica e Vulcanologia (Ingv). La ricerca, pubblicata su Special Publication n.388 della Geological Society of London ( http://dx.doi.org/10.1144/SP388.20 ), è stata finanziata dal Ministero dell’Istruzione, dell’università e della ricerca (Miur), dal Consiglio nazionale delle ricerche (Cnr) e dall’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’educazione, la scienza e la cultura (Unesco), con l’egida dell’International Union for Quaternary Research (Inqua).

Obiettivo dello studio, individuare le zone costiere soggette a particolare subsidenza, dove l’aumento del livello marino è maggiore per il lento e progressivo abbassamento verticale del fondale. Fenomeno che produce, non solo un aumento locale del livello del mare, ma anche l’arretramento e l’erosione della linea di costa, con conseguente restringimento delle spiagge. Per determinare i tassi di deformazione della fascia costiera, sono stati utilizzati dati storici e strumentali di geologia, archeologia e geofisica, utilizzando in particolare i dati relativi a 6.000 terremoti di magnitudo superiore a 4.5 e i dati geodetici di circa 850 stazioni GPS di alta precisione e di 57 stazioni mareografiche distribuite lungo le coste.

I dati mostrano una continua risalita del livello delle acque nel Mediterraneo, confermando le previsioni dell’Intergovernmental Panel on Climate Change (Ipcc) sull’aumento del livello del mare di circa 1 metro entro la fine del secolo, con conseguente arretramento delle coste e danni alle strutture, in particolare nelle zone subsidenti.

Fenomeno che porterebbe tali aree a un maggiore e progressivo rischio di allagamento, con conseguente esposizione di valore economico, in particolare delle zone a elevato valore industriale, commerciale, turistico e culturale, come Venezia, soprattutto se in aggiunta a grandi mareggiate e tsunami.

Le zone più a rischio di ingressione marina in Italia sono: le coste presso la foce del Po, la laguna veneta, parte della costa Tirrenica, della Sardegna, della Sicilia della Calabria e le isole Eolie. Lo stesso per le coste della Turchia e della Grecia che, non a caso, sono anche quelle più sismiche del Mediterraneo. Meno esposte, invece, le coste Israeliane e parte del Nord Africa.

Per promuove la prevenzione da questi potenziali disastri naturali nelle zone costiere del Mediterraneo, sottoposte all’aumento del livello marino a causa dei cambiamenti climatici e dei movimenti tettonici, è in corso SAVEMEDCOASTS (Sea level rise scenarios along the Mediterranean coasts), un progetto europeo, coordinato dall’INGV in collaborazione con i partner ISOTECH (Environmental Research and Consultancy - Cipro) e CGIAM (Centro di Geomorfologia Integrata per l'Area del Mediterraneo - Italia), e finanziato dalla DG-ECHO (European Civil Protection and Humanitarian Aid Operations of European Commission), in ambito di Protezione Civile. SAVEMEDCOASTS, che coinvolge numerose istituzioni nazionali ed internazionali (vedi www.savemedcoasts.eu), vuole preparare gli stakeholder e i decisori politici di alcuni Paesi Mediterranei ad affrontare, nel modo più consapevole possibile, questi cambiamenti, fornendo scenari multi-temporali dell’ingressione marina nel Mediterraneo fino all’anno 2100. (red)

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