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Da uno scavo archeologico lungo il Nilo delle Università di Milano, Padova, Parma
e del Centro Studi Sudanesi emergono tracce della più antica tecnica di conservazione del pesce
(analogie con il lago di Como)

Al Khiday (Sudan): sapore di sale di 10.000 anni fa

Il sito archeologico di Al Khiday (Sudan Centrale) durante lo scavo (foto unimi.it)


Resti di pesce vecchi di diecimila anni rinvenuti durante lo scavo del sito archeologico di Al Khiday, Sudan Centrale (foto unimi.it)

22.03.18 - Una delle più grandi sfide dell’umanità sin dalla preistoria è stata la conservazione del cibo. Quando è iniziata? Almeno 10.000 anni fa lungo le rive del fiume Nilo, nell’attuale Sudan Centrale. E' quanto hanno coperto gli archeologi del Centro Studi Sudanesi e Sub-Sahariani, diretti da Donatella Usai e Sandro Salvatori e in collaborazione con le Università di Milano, Padova e Parma. Hanno portato alla luce i resti lasciati dalle popolazioni Mesolitiche: un villaggio organizzato con capanne, pozzetti con varie funzioni (focolari, rifiutaie, chiocciolai) e un cimitero che ha restituito più di 200 sepolture che datano a tre distinte fasi, pre-Mesolitico, Neolitico e Meroitico (antico Regno di Meroe, 300 a.c.).

I resti di faune rinvenuti in questi siti suggeriscono che la pesca contribuiva per più del 90% all’alimentazione della popolazione. Numerose lische di pesce, con le ossa ancora in connessione anatomica, sono state rinvenuti in numerosi pozzetti. La scoperta della presenza di cloruro di sodio su alcune di queste ossa ha suggerito la possibilità che quel sale fosse stato aggiunto appositamente per salare il pesce e conservarlo nei contenitori di ceramica dalle elaborate decorazioni prodotti da queste popolazioni.

Durante l’Olocene antico, circa diecimila anni fa, la valle del Nilo era occupata da gruppi di cacciatori-raccoglitori-pescatori che, grazie alla vicinanza del grande fiume, privilegiavano la pesca tra le attività di procacciamento del cibo. Nel Sudan Centrale questi gruppi vengono associati alla fase definita Mesolitico di Khartoum.

Le indagini scientifiche condotte su resti ossei di pesce e frammenti di ceramica, da Andrea Zerboni dell’Università di Milano e dal team internazionale di ricercatori, hanno evidenziato un’alta percentuale di sale. Il sale, chimicamente analogo al comune sale da cucina, si presenta in cristalli regolari che rivestono la superfice delle ossa di pesce e dei contenitori in ceramica. La presenza di cristalli di sale sulle ossa di pesce non è in alcun modo conciliabile con processi naturali di deposizione. Per questo, lo studio ha considerato come confronto la presenza di sale su alcuni pesci di acqua dolce, tradizionalmente conservati per salagione lungo le sponde del Lago di Como (i missoltini), evidenziando straordinarie analogie.

La scoperta ha una grande rilevanza: attesta la più antica testimonianza di uso del sale per la conservazione del cibo e, dal punto di vista antropologico, suggerisce che la possibilità di stoccare cibo favorì il passaggio da una vita nomade ad una più stanziale, con importanti riflessi sull’organizzazione sociale e la crescita demografica delle comunità Mesolitiche. Il surplus di cibo poteva essere utilizzato per garantire la sussistenza anche nei mesi di magra nell’attività di pesca o per integrare l’alimentazione durante la stagione della caccia, o ancora in occasione di attività sociali o rituali. La capacità di conservare parte del pescato per salagione fa di queste popolazioni della valle del Nilo di diecimila anni fa un esempio unico nel quadro delle attuali conoscenze sulle comunità preistoriche. (red)

Lo studio è stato pubblicato sul Journal of Archaeological Science. Maritan, L., Iacumin, P., Zerboni, A., Venturelli, G., Dal Sasso, G., Linseele, V., Talamo, S., Salvatori, S., Usai, D., 2018. Fish and salt: the successful recipe of White Nile Mesolithic hunter-gatherer-fishers. Journal of Archaeological Science, 92, 48–62. doi.org/10.1016/j.jas.2018.02.008 https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S0305440318300426


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