Quando i denti raccontano infanzia, alimentazione e vita quotidiana nell’antica Mesopotamia

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La scavo archeologico nel sito di Abu Tbeirah (credit: Licia Romano)

10.03.26 – Che cosa mangiavano gli abitanti di una delle città più antiche del mondo? E in che modo venivano alimentati i bambini quando i primi centri urbani iniziarono a espandersi? A questi interrogativi risponde un nuovo studio pubblicato in Proceedings of the National Academy of Sciences (PNAS), condotto da un team internazionale di ricercatori dell’ Università Sapienza di Roma afferenti ai Dipartimenti di Biologia Ambientale, Scienze della Terra e all’Istituto Italiano di Studi Orientali, in collaborazione con il Museo delle Civiltà di Roma, l’Università di Melbourne e il Géosciences Environnement Toulouse.

Lo studio si inserisce nell’ambito dei progetti finanziati dai “Grandi Scavi Sapienza” e offre una prospettiva inedita sulla dieta quotidiana e sull’alimentazione nei primi anni di vita degli abitanti di Abu Tbeirah, una città di medie dimensioni del III millennio a.C. situata nella Mesopotamia meridionale (Nasiriyah, Dhi-Qar, Iraq).

Analizzando i denti umani e animali rinvenuti nel sito, i ricercatori hanno scoperto che la popolazione seguiva una dieta onnivora, prevalentemente a base di cereali con un consumo limitato di carne e poche o nessuna traccia di pesce marino, nonostante la vicinanza della città all’antica costa. Uomini e donne sembrano aver avuto simile accesso alle risorse alimentari, riflesso di una comunità in gran parte non elitaria con una distribuzione del cibo relativamente equa.

Spiega l’autore principale dello studio, Matteo Giaccari del dipartimento di Scienze della Terra: «Questi risultati ci forniscono un quadro molto più intimo della vita quotidiana nella prima Mesopotamia urbana e ci consentono di andare oltre le fonti scritte, per lo più resoconti amministrativi che illustrano soprattutto la vita e le priorità dei gruppi elitari, ricostruendo ciò che mangiavano effettivamente le persone comuni».

Oltre alle diete degli adulti, lo studio fornisce rare prove dirette della dieta in utero, ossia ciò che la madre consumava durante la gravidanza, dell’allattamento e delle pratiche di svezzamento, aspetti fondamentali della prima infanzia che sono tipicamente quasi invisibili nei contesti archeologici. In particolare, la composizione dello smalto dentale rivela cambiamenti associati all’alimentazione della prima infanzia, consentendo ai ricercatori di tracciare il passaggio dall’allattamento ai cibi solidi.

I risultati suggeriscono che i bambini venivano allattati al seno per un periodo prolungato e gradualmente introdotti ad alimenti complementari come cereali e latte animale, pratiche coerenti con quanto testimoniato dagli antichi testi mesopotamici, ma raramente osservabili a livello di vita individuale. Da questa ricerca è possibile desumere non solo cosa mangiavano le persone, ma anche come le comunità crescevano i propri figli.

Licia Romano, archeologa dell’Università di Melbourne e co-direttrice degli scavi di Abu Tbeirah insieme a Franco D’Agostino docente di Assirologia alla Sapienza, sottolinea: «Essere in grado di ricostruire la dieta durante la prima infanzia ci offre una finestra unica sulla vita familiare, sulle pratiche di cura e sulla salute in una delle prime società complesse. Ci dice non solo cosa mangiavano le persone, ma anche come le comunità crescevano i propri figli».

Ricostruire le diete antiche nella Mesopotamia meridionale è stato a lungo estremamente difficile. Il clima arido e i terreni salini della regione distruggono il collagene, il materiale organico tradizionalmente utilizzato per l’analisi isotopica della dieta. Di conseguenza, le prove dirette di ciò che mangiavano le persone, in particolare le popolazioni non elitarie, sono rimaste in gran parte inaccessibili.

Per superare questa barriera, il team di ricerca ha applicato un approccio innovativo: l’analisi degli isotopi di zinco dello smalto dentale. In combinazione con l’analisi degli isotopi di carbonio e ossigeno e degli oligoelementi, questo metodo consente ai ricercatori di ricostruire le diete individuali senza fare affidamento sul collagene.

Mary Anne Tafuri, docente di Bioarcheologia del Dipartimento di Biologia Ambientale alla Sapienza, riprende: «I denti sono archivi biologici straordinari. Poiché sono molto resistenti alla degradazione post mortem, possono essere analizzati anche in contesti in cui l’aridità e la salificazione potrebbero compromettere altri tessuti».
«Questo approccio – conclude Klervia Jaouen, ricercatrice del Géosciences Environnement Toulouse – ci permette di rispondere a domande che prima erano impossibili da affrontare in regioni come la Mesopotamia. Apre nuove possibilità per lo studio delle diete antiche, dell’alimentazione infantile e degli stili di vita in ambienti aridi in tutto il
mondo». (Red.)

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